Eccoci qui con Veronica Giorgi, imprenditrice e ideatrice di un progetto che ha rivoluzionato il concetto stesso di toast in Italia. Parleremo del suo percorso, delle sue intuizioni e della sua visione imprenditoriale.
Ciao Veronica, benvenuta! Cominciamo la nostra chiacchierata dal tuo libro, che ancora deve uscire, ma che già si delinea come qualcosa di molto utile per tanti imprenditori. “La favola del successo” vuole essere più di un racconto: vuole rappresentare un acceleratore esperienziale. L’idea è quella di aiutare chi legge a guadagnare tempo, e quindi vita, sfruttando l’esperienza di chi ha già fatto un percorso. Veronica, raccontaci un po’ del tuo…
“Volentieri. Il mio percorso comincia, come spesso accade, quasi per caso. Sono entrata nel mondo della ristorazione per necessità, più che per passione. Da ragazza mi immaginavo tutt’altra vita. Ma poi, facendo esperienza, mi sono innamorata di questa realtà. Ho vissuto ogni aspetto della ristorazione: l’operativo, l’amministrativo, l’innovazione. Mi sono resa conto che questo lavoro poteva essere molto più di un semplice servizio”.
Hai cominciato quindi in un ambito tradizionale, ma poi hai fatto un passo oltre. Come sei passata dal ristorante di quartiere a un’idea scalabile?
“È stata un’evoluzione naturale. Ho sempre sentito il bisogno di crescere, di imparare. Leggevo, studiavo, mi informavo continuamente. Ero affascinata dall’idea che un progetto potesse diventare scalabile, replicabile. Ho cominciato a interessarmi al franchising, alle catene, a quei modelli che permettono di portare un’idea su larga scala. Avevo dei locali miei, ma volevo di più. E in quel periodo ho conosciuto Federica, grazie a un amico architetto”.
La famosa “Unione dei Pontini”, giusto?
“Esatto. Una coincidenza fortunata. Federica aveva appena fatto un viaggio in California, dove aveva scoperto l’open toast. Me ne ha parlato, mi ha mostrato una presentazione, e subito ho capito che quello era il progetto giusto. Quel toast era completamente diverso da ciò che conoscevamo in Italia. Era bello, colorato, fantasioso. Da lì è nato Fancy Toast”.
Parliamo proprio di questo toast. Fancy Toast è un nome evocativo. Il termine “fancy” viene dal greco, legato alla luce e alla fantasia. E il toast diventa quasi una tapas, un piatto da decorare e riempire. Quanto c’è di simbolico in tutto questo?
“Tantissimo. Il nostro toast non è solo cibo, è un’idea. È un open toast, aperto al cambiamento, alla fantasia. Non è il classico toast italiano con prosciutto e formaggio. È qualcosa che cambia con le persone, con il gusto, con le stagioni. È un piatto che comunica”.
E questo cambia anche l’approccio al marketing. Si parla di experiential marketing, dove il cliente non è più solo consumatore ma parte attiva del processo. Giusto?
“Oggi si sceglie un locale non solo per il cibo, ma per l’esperienza. L’open toast è solo l’inizio. Intorno abbiamo costruito un brand, un ambiente, un modo di comunicare. Siamo partiti da un piccolo locale di 28 mq a Moscova, con 10 open toast in menu. E da lì abbiamo visto che la città reagiva bene”.
Il pane, elemento centrale. Lo avete curato tantissimo, non è vero?
“Sì. Il nostro pane è alto un inch, come in America. Deve essere fragrante fuori ma morbido dentro, reggere tutti gli ingredienti senza rompersi. Abbiamo fatto tantissimi test prima di trovare la ricetta giusta. E oggi posso dire che Milano ha accolto benissimo l’open toast. Lo vedi ovunque”.
E poi è arrivato il brunch…
“Esatto. Con il secondo locale abbiamo introdotto il brunch. Abbiamo detto: cosa possiamo costruire intorno all’open toast per rendere l’esperienza ancora più coerente e coinvolgente? Da lì è nato il nostro brunch californiano. Anche qui, Milano ha risposto con entusiasmo. Oggi il brunch è in crescita ovunque”.
Rebranding e identità. Avete fatto un’evoluzione anche da questo punto di vista?
“Sì. Inizialmente il nostro claim era “Epic Toast from the West Coast”, e oggi siamo “The Original Brunch Bar”. Abbiamo saputo evolverci, ma senza perdere l’anima. Questa è una lezione fondamentale per ogni imprenditore: innovare, adattarsi, ma rimanere fedeli a sé stessi”.
Capire la propria identità è il primo passo per costruire qualcosa di duraturo. Si può dire che insegnare a scalare con un monoprodotto è una delle chiavi del vostro successo.
“Assolutamente. Se l’idea è chiara, se il prodotto è forte, allora può essere adattato senza snaturarlo. È facile farsi prendere dalle mode, ma bisogna restare fedeli alla visione iniziale”.
Veronica, come sai a conclusione delle nostre chiacchierate con i potenziali autori de La Favola del Successo ipotizziamo sempre un titolo per il futuro libro. Nel tuo caso abbiamo pensato a: “Non deve essere solo buono come il pane”. Cosa te ne pare?
“Mi piace moltissimo, soprattutto perché evidenzia l’impegno, il lavoro e lo studio che occorrono per gli imprenditori che, come nel mio caso, vogliono puntare tutto su una specifica linea di prodotto”.
Grazie Veronica. È stata una conversazione illuminante. Speriamo di vedere presto pubblicato il tuo interessantissimo libro!